Serie A
Il numero 10 dell'Italia torna, ma l'Inter resta senza di lui
Su un campo di allenamento baciato dal sole a Milano, la maglia numero 10 riemerge come l’ultima tendenza in Italia, con tutti i grandi club che la adottano mentre l’Inter resta l’unica eccezione – il ruolo di regista ambito è ancora assente nella loro formazione.
Forse è vero che nel calcio ormai non ci sia più nulla da inventare, un’affermazione che risuona nella comunità tecnica italiana. L’osservazione suggerisce la convinzione che l’innovazione tattica abbia raggiunto i suoi limiti.
Dopo l’era dei riferimenti aritmetici e geometrici — formazioni che vanno dal 4‑4‑2 al 3‑5‑1‑1 e l’uso di passaggi diagonali — gli allenatori sono diventati affascinati da situazioni apparentemente originali, come costruire il gioco dalla difesa. Questo focus sul possesso‑basato è stato celebrato come una soluzione moderna ai dilemmi tattici.
Quel approccio si è rapidamente trasformato in una panacea universale, per poi rivelare la necessità di nominare gli allenatori che hanno rivalutato il portiere capace di lanciare lunghi palloni per superare il centrocampo. Il ritorno in auge del portiere che lancia lunghi lanci mette in evidenza un rinnovato apprezzamento per le opzioni d’attacco non convenzionali.
Una figura storica, Ottavio Bianchi, grande allenatore e innovatore erroneamente ritenuto difensore, teorizzò che tra le soluzioni d’attacco vi fosse quella di scagliare il pallone al trequartista e poi essere pronti — dopo aver guadagnato quaranta metri — sul rimbalzo dell’avversario. Il concetto di Bianchi anticipava l’uso moderno della lunga distribuzione del portiere come arma.
In breve, il calcio evolve costantemente, ma le mode spesso tornano, spingendo i commentatori a esclamare davanti alla presunta novità delle idee rivitalizzate. La natura ciclica della tattica sottolinea come le intuizioni del passato possano diventare le tendenze di domani.
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